venerdì 6 novembre 2020

Importanza della parità di genere nei libri per ragazzi

 “«Il tempo è il fattore più complicato dell’universo» spiegò Madame Tempofiero. «È il problema e la soluzione alla maggior parte dei dilemmi della vita. Cura ogni ferita, ma alla fine viene a prendere ciascuno di noi. Sfortunatamente non è quasi mai favorevole. Ne abbiamo troppo o troppo poco, ma mai quello che vorremmo o di cui avremmo bisogno. A volte nasciamo in un tempo che non ci rispetta, e troppo spesso lasciamo che questo determini il rispetto che abbiamo per noi stessi. Il vostro primo compito è liberarvi di ogni opinione negativa, insicurezza e rabbia verso voi stessi che questo tempo vi ha instillato. Se vogliamo cambiare la visione che il mondo ha di noi, dobbiamo cominciare cambiando la visione che abbiamo di noi stessi. […]»”

Una storia di magia, Chris Colfer

 

Come ben sappiamo, il termine fantasia non sempre viene usato per indicare una o più situazioni slegate dalla realtà e questo libro, sebbene abbia come protagonista la magia, ne è un esempio lampante. Infatti, al di là del contesto, dei luoghi o dei personaggi che popolano queste pagine, i temi trattati trovano ampia rappresentazione nella nostra esistenza; tra questi, quello che più mi preme affrontare concerne la parità di genere e, più nello specifico, il ruolo e il compito che quest’ultima svolge nei libri per bambini e per ragazzi. Un mondo -il nostro- che ha alla base una concezione lineare del tempo (e, per tale motivo, conferisce al progresso un’enorme importanza), deve avere consapevolezza del ruolo significativo ricoperto dall’educazione e dalla garanzia di prospettive future, ma non solo. Un mondo con tali caratteristiche deve anche essere consapevole che, per il raggiungimento del progresso e della crescita, devono essere inclusi e trattati equamente (risulta ovvio che situazioni di disuguaglianza limitino il progresso poiché il benessere delle parti in causa non viene garantito) tutti i membri della comunità; anche il più piccolo contributo può essere decisivo e, in fondo, la storia è fatta di piccoli passi. Eppure, un concetto così semplice fa ancora fatica ad essere accettato dalla stragrande maggioranza della popolazione.

Cosa si intende per parità di genere?  

L’espressione parità di genere indica una condizione nella quale le persone ricevono pari trattamenti, con uguale facilità di accesso a risorse e opportunità (quindi l’assenza di ostacoli alla partecipazione economica, politica e sociale di un qualsiasi individuo), indipendentemente dal genere. L’uguaglianza di genere è uno degli obiettivi della Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite, infatti, attualmente non si è ancora riusciti a debellare quella corrente di pensiero maschilista che vede associate alla locuzione sesso femminile le parole debole, subordinato, inadeguato, incapace e così via.

Quali sono le origini della discriminazione di genere?

Secondo Eva Cantarella, docente universitaria di Diritto romano e di Diritto greco, “le discriminazioni di genere vengono da lontano. Il tentativo di cercarne le origini ci porta a guardare in modo inusuale al nostro rapporto con la Grecia: considerata abitualmente, e giustamente, la cultura nella quale il mondo occidentale affonda le radici della sua cultura, essa ci appare -in questo caso- come il luogo nel quale è nata e si è consolidata l’idea dell’inferiorità “naturale” del genere femminile, formulata dapprima dal pensiero mitico e quindi confermata dal quello logico”. Così, ci rendiamo conto di quanto sia radicata tale concezione nella nostra cultura, nella nostra società.

Solo recentemente, dopo una rivoluzione iniziata in Francia nel XVIII secolo e durata decenni (e tutt’ora in corso), si è riusciti a tutelare -in parte- dal punto di vista legislativo gli esseri umani di sesso femminile. Le date più importanti della storia italiana sono le seguenti:

Il 10 marzo 1946 il Consiglio dei ministri estende il voto alle donne che avessero compiuto la maggiore età (all'epoca 21 anni). Quest’ultime votarono per la prima volta nel corso delle elezioni amministrative del marzo e aprile 1946 e, successivamente, per il celebre referendum monarchia/repubblica (2 giugno 1946).

Il 24 marzo 1947 viene approvato l’articolo 3 della Costituzione che recita così “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Il 1950 quando viene approvata la legge per la tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri.

Il 1963 quando vengono approvate le leggi che vietano il licenziamento in caso di matrimonio, sostengono la maternità delle lavoratrici agricole e tutelano il lavoro domestico.

Eppure, non si può pretendere di sradicare comportamenti discriminatori esclusivamente grazie alla legge. Ecco che si realizza come l’unica risorsa effettivamente in grado di cambiare il mondo sia l’educazione e, insieme ad essa, la letteratura. Un bambino che trova, sin dalle prime esperienze nel mondo e nei libri, naturale e normale rispettare l'altro, è probabile che interiorizzerà sin da subito tale concetto e crescerà nel rispetto di sé e di chi lo circonda. Infatti, non dobbiamo mai dimenticare che l'accettazione e la validazione di sé, passa prima attraverso il rapporto con l'altro; se io accetto l'altro e l'altro accetta me, sarà più semplice che anch'io riesca a vivere bene con la mia persona. 

In conclusione, la letteratura per bambini e per ragazzi svolge un ruolo decisivo nella costruzione del mondo e della società futuri. Noi tutti dovremmo riconoscerne l'importanza e la complessità, perché se oggi siamo riusciti ad essere liberi e riconosciuti dal punto di vista legislativo e sociale, lo dobbiamo anche a quei genitori che hanno educato la propria prole nel rispetto di sé e di chi lo circonda. 




lunedì 2 novembre 2020

Una storia di magia - Presentazione

 Le parole che seguono sono tratte da uno dei libri più dolci e teneri che abbia letto quest’anno e che ho il piacere di presentare:

«Be’, mi spiace doverti dare una brutta notizia, ma la tua insegnante si sbaglia» disse l’anziana signora. «Non esiste niente nell’universo che sia completamente bianco o nero. Anche nelle notti più buie c’è un barlume di luce, e un po’ oscurità si annida nei giorni più chiari. Il mondo è fondato su questo dualismo, e sta a noi decidere da che parte schierarci.»”

Una storia di magia, Chris Colfer

Trama

In un mondo in cui usare la magia è un crimine, la vita di Brystal Evergreen sta per cambiare per sempre… In una sezione segreta della biblioteca in cui lavora, Brystal trova un libro che le svela un mondo incredibile e una stupefacente verità: è una fata! Ma nel Regno del Sud alle donne è proibito leggere e la magia è illegale, così Brystal viene rinchiusa nel terribile Centro di correzione Altostivale. È solo grazie all’intervento della misteriosa Madame Tempofiero che riesce a scappare… e a cominciare una nuova vita in un’accademia di magia! Quando però Madame Tempofiero è costretta a partire per risolvere un problema urgente, Brystal e i suoi compagni di classe si ritroveranno a combattere da soli contro l’oscurità che minaccia il destino del mondo e della magia stessa. Ma ci riusciranno? Immergiti nella nuova, indimenticabile avventura fantastica nata dalla penna di Chris Colfer, autore bestseller in cima alla classifica del “New York Times” con la serie La Terra delle Storie.

Edito Rizzoli

Costo 17

Pagine 416

Data di uscita 15/09/2020

La presentazione dell’opera verrà approfondita in diverse date e da diversi colleghi, ecco il calendario:

4 Novembre – La letteratura per ragazzi: cenni storici a cura di Appunti di un lettore compulsivo (link per il suo blog: www.appuntidiunlettorecompulsivo.blogspot.com)

5 Novembre – Conosciamo la protagonista: Brystal Evergreen a cura di La ragazza calabrese (link per il suo blog: www.laragazzacalabrese.blogspot.com)

6 Novembre – La parità di genere nei libri per ragazzi a cura di Zetatl’s Collective Memory (hey ma sono io)

7 Novembre – Conosciamo l’autore: Chris Colfer a cura di Attimi di prosa (link per il suo blog: www.attimidiprosa.bolgspot.com)

9 Novembre – Il tema del pregiudizio nella letteratura fantasy a cura di Underbrushink (link per il suo blog: www.underbrushink.blogspot.com)

Di seguito riporto anche le tappe che riguardano la recensione del volume:

10 Novembre: Zetatl’s Collective memory (di nuovo iuz)

11 Novembre: La ragazza calabrese

12 Novembre: Attimi di prosa

13 Novembre: Underbrushink

14 Novembre: Appunti di un lettore compulsivo

Mi auguro vi piaccia e vi faccia emozionare.





domenica 1 novembre 2020

Le notti di Salem

 “Quando viene l’autunno, invece, scacciando l’estate con una pedata come sempre fa passata la prima metà di settembre, si trattiene per un po’ come un vecchio amico disperso da tempo. Come un vecchio amico si accomoderà nella tua poltrona preferita e tirerà fuori la pipa e l’accenderà e riempirà il pomeriggio con le storie dei luoghi dov’è stato e delle cose che ha fatto dall’ultima volta che vi siete visti. Si trattiene per tutto ottobre e, in qualche raro anno, fino ai primi di novembre. Il cielo è di un azzurro limpido e intenso e le nuvole che vi transitano, sempre da ovest a est, sono placide navi bianche con la chiglia grigia. E cominciano a soffiare i venti, che non si placano più. Ti sospingono quando cammini per le strade, sgretolando sotto i piedi le foglie cadute in mucchi confusi e variegati. I venti ti fanno sentire dolori in luoghi più profondi delle ossa. Può essere che tocchino qualcosa di antico nell’anima umana, una memoria della razza che dice: migra o muori, migra o muori. Anche se sei in casa, al riparo di solidi muri, il vento picchia su legni e vetri e strofina il suo muso incorporeo sul tetto e prima o poi devi lasciare quello che stai facendo per uscire a vedere. E sostando davanti alla porta di casa a metà pomeriggio guardi le ombre delle nuvole scorrere sui pascoli di Griffen o i pendii di Schoolyard Hill, chiaro e scuro, chiaro e scuro, come se qualcuno aprisse e chiudesse le imposte degli dèi. Vedi le verghe d’oro, la pianta più tenace e perniciosa regina della flora del New England, piegarsi nel vento come una folla che silenziosa s’inchina. E se non ci sono veicoli o aeroplani, se non c’è il solito cacciatore che spara a una quaglia o a un fagiano nel bosco, se c’è solo il battere lento del tuo cuore, allora puoi sentire un altro suono, ed è il suono della vita che si va attenuando in prossimità della chiusura del suo ciclo, in attesa che la prima neve dell’inverno celebri il suo ultimo rito”.

Le notti di Salem, Stephen King

 

Edito Sperling & Kupfer

Costo 12,90

 

Scrivo queste parole dopo aver passato circa una settimana a Jerusalem’s Lot, nota anche come ‘Salem’s Lot, in compagnia di Ben, Susan, Matt, Mark e padre Callahan (e molti altri). Non so bene se ritenermi soddisfatta o meno da questa lettura, perché se da un lato avrei voluto trovarmi davanti ad un libro più terrificante, dall’altro mi sono piaciute le atmosfere create, i luoghi descritti e alcune considerazioni nate da quest’ultimi. Sono rimasta sorpresa davanti al potere e all’importanza dati ad alcuni luoghi, quasi in grado assorbire le emozioni e le intenzioni umane. Così, un semplice insieme di mattoni, tegole e assi di legno diventa un altare dedicato al male. Ecco che si delinea all’orizzonte Casa Marsten, sede non solo di misteriosi avvenimenti, quali l’omicidio-suicidio dei coniugi Marsten, ma anche il luogo in grado di dimostrare la veridicità di una considerazione attribuita a Ben: “«Mi hai chiesto che cosa ne penso. Te lo dirò. Penso che per la gente è relativamente facile accettare cose come telepatia o precognizione o ectoplasmi perché la disponibilità a crederci non costa niente. Non ci si resta svegli la notte. Ma la prospettiva che il male sopravviva a chi l’ha commesso è più inquietante.»”. L’essenza del romanzo risiede proprio in queste ultime parole; non è mio compito appoggiarle o smentirle, bensì lo è quello di prendere in considerazione il peso che hanno nella vita di tutti i giorni: quante volte abbiamo attribuito ad un oggetto che ci è stato regalato, sia in senso positivo che in senso negativo, i tratti e le caratteristiche di colui o colei che lo ha donato? Quanto è difficile scindere il ricordo del donatore da quello dell’oggetto? E per quale motivo? Non lasciamo forse una parte di noi stessi in ciò che dedichiamo all’altro o più in generale negli oggetti che manipoliamo e che viviamo (come un’abitazione)? Eppure, è difficile stabilire esattamente quanto di noi lasciamo nell’oggetto, così come è difficile stabilire fino a che punto Casa Marsten mantenga il ricordo del suo fondatore.

Un altro degli aspetti che mi hanno intrigata è stato il ricongiungermi -grazie alla lettura- con alcune sensazioni ed emozioni che hanno caratterizzato parte della mia adolescenza: i primi approcci con la paura ed il soprannaturale e le prime sensazioni di turbamento e terrore davanti a scenari lugubri o sinistri. Può sembrare assurdo, ma è stato interessante ricordare i primi spaventi ed osservare come la crescita e l’esperienza (empirismo) abbiano cambiato radicalmente la percezione di ciò che è malvagio o cattivo. Ed ecco il motivo per cui La notti di Salem è appetibile anche per i più fifoni (io inclusa): si parla di entità soprannaturali (vampiri) che spaventano solo la nostra parte fanciullesca sopravvissuta alla crescita (ben poca cosa); eppure, rimane una sensazione di disagio dovuta al pensiero che la presa sul nostro animo sarebbe stata ben più salda se alla parola vampiro, fosse stata sostituita quella di 'essere umano psicologicamente instabile'. Concludo augurandomi che “il potere ricorrente del male”, indagato da Ben, possa smorzarsi grazie al tempo. Buona lettura e buon Ognissanti.


(foto mia)


venerdì 30 ottobre 2020

Dune

 “- A che cosa stai pensando? - gli chiese Jessica.

-Penso che la spezia vale seicentoventimila solari al decagrammo sul mercato libero, oggi. È una ricchezza che può comprare tante cose!

- Anche tu sei stato afferrato dall’avidità, Wellington?

- Non dall’avidità.

- E da cosa, allora?

Scosse le spalle. – La futilità. – La fissò. – Vi ricordate di quando avete provato la spezia, la prima volta?

-Sì, ha un gusto di cinnamomo.

- Non ha mai due volte lo stesso gusto- replicò Yueh. - È come la vita, ha ogni volta un sapore diverso. Alcuni pensano che la spezia induca una reazione di sapore favorevole. Il corpo, una volta imparato che una cosa è buona per lui, l’accetta, e ce ne trasmette il sapore come gradevole… leggermente euforico. Come la vita, questa sostanza non può essere prodotta per sintesi.”

 

Dune, Frank P. Herbert

 

Edito Fanucci Editore

Costo 9,90 (vecchia edizione)

 

Il primo pensiero, una volta portata a termine la lettura, è stato il realizzare quanto questo libro fosse complesso, ben costruito ed estremamente chiaro. Avevo già intuito esclusivamente dalla lettura della trama il peso fantascientifico dell’opera, ma non avrei mai pensato potesse essere così piena e così vera sotto tanti altri punti di vista (religioso, militare, ecologico, scientifico e sociale). Tutt’ora, mi rimane addosso la sensazione che non si tratti affatto di un’opera di fantasia, bensì ricalchi perfettamente fatti storici appartenenti al nostro mondo. Muad’Dib - ovvero «Colui che indica la Strada» - mi ha ricordato fortemente un’altra figura - che non cito per evitare accuse di eresia - che è tutt’oggi molto acclamata e sulle cui parole si basano le fondamenta della nostra cultura: non riesco a scindere le due storie, le due vite. È come se Herbert avesse cercato di celare alcune verità storiche all’interno di un’ambientazione fantascientifica, rendendo così ancora più affascinante l’opera creata.

Il romanzo ha inizio con il trasferimento della casata degli Atreides, per ragioni politiche, da Caladan – un pianeta ricco e prospero – ad Arrakis, anche detto Dune, conosciuto in tutta la galassia come un pianeta fortemente inospitale. I personaggi che si muovono sul suolo desertico di Dune, si trovano ad osservare i creatori (enormi vermi dalla bocca costellata da denti aguzzi e che vivono nel sottosuolo) e sono costretti all’interno di tute distillanti sono molteplici; quelli che più hanno attirato la mia attenzione sono: la popolazione autoctona, il binomio Paul-Muad’Dib, la Bene Gesserit Jessica, il Duca Leto, il dott. Yueh e il mentat Hawat.

La popolazione autoctona, i cosiddetti Fremen, è costretta ad una rigida disciplina (ad esempio uso di tute distillanti, in grado di riciclare l’acqua persa attraverso il sudore o altri fenomeni fisiologici, e uso di una particolare tecnica di movimento) sia per via della convivenza con le creature del deserto, sia per via della scarsità delle fonti idriche che caratterizzano il pianeta. Mi ha incantato osservare la loro capacità di adattamento: dal modo in cui si muovono sulla sabbia, al modo in cui fanno proprio – sognando un futuro diverso - un territorio così difficile.

Al contrario, sono stata indecisa fino alle ultime pagine se apprezzare o meno il personaggio di Paul – poi noto come Muad’Dib- perché impressionata dallo sguardo – spesso molto freddo – che è in grado di riservare al mondo, ai suoi cari e nei suoi stessi confronti. Ora, a lettura ultimata, posso dire di averlo compreso e di aver capito quanto sia difficile mantenere calore quando si è costretti ad un terribile scopo e si hanno grandi responsabilità. Inoltre, una delle caratteristiche del binomio Paul-Muad’Dib che più mi hanno fatto riflettere è stato l’ateismo, celato il più possibile, che appartiene all’uomo di tutti i giorni (Paul); un uomo totalmente diverso da quello acclamato dalle folle, dal profeta richiesto dal popolo (Muad’Dib).

“E pensò: Sono un seme.

Improvvisamente vide quanto fosse fertile il terreno sul quale era caduto, e, rendendosi conto di questo, il suo terribile scopo lo soverchiò, insinuandosi in quello spazio vuoto dentro di lui, minacciando di soffocarlo di dolore”.

Sin dagli albori della sua esperienza tra i Fremen, Paul è consapevole di quanto ogni messaggio - di cui si fa portatore - possa essere frainteso e di quanto sia utile ai fini politici l’essere considerato divino, saggio, profeta.

Riporto il seguente passo:                         

 “Quando la legge e il dovere sono una cosa sola, unita dalla religione, noi perdiamo un po’ della nostra consapevolezza. Non siamo più pienamente coscienti, non siamo più individui completi.

Da «Muad’Dib: Le novantanove meraviglie dell’universo» della Principessa Irulan

Le parole che porto dentro al cuore e che ricordo perfettamente, anche a distanza di mesi dalla lettura, sono le seguenti: “Dio creò Arrakis per temprare il fedele. Dalla «Saggezza di Muad’Dib» della Principessa Irulan”.

È stato ancora più interessante notare come ciò che per alcuni è manna dal cielo o segno della presenza della divinità, per altri è esclusivamente accurata progettazione. In questo è fondamentale Jessica, madre di Paul, concubina del duca Leto e membro della sorellanza Bene Gesserit; è lei, infatti, che nota il lavoro compiuto tempo addietro da una Missionaria Protectiva – facente parte della sorellanza - al fine di influenzare la religione dei Fremen, tramite miti e profezie, e garantire così l’accoglienza futura di una sua sorella.

Un personaggio che non si può non ammirare è il duca Leto: i suoi valori e il suo sacrificio mi hanno commossa all’inverosimile. Al contrario, ho trovato particolarmente fastidioso il mentat Hawat, forse più del dott. Yueh: non mi ha convinto il loro modo d’agire.

In conclusione, Dune è un’opera magistrale, poetica, profetica e filosofica che merita la nuova popolarità che sta ricevendo, soprattutto grazie al film in uscita. Mi auguro vi piaccia. Buona lettura.


(foto mia)


lunedì 12 ottobre 2020

La guerra dei papaveri

 “Jiang la stava preparando ad alcune eventualità, a un insieme di nuovi concetti. Come si fa a spiegare ai bambini cosa sia la forza di gravità prima che questi sappiano cosa significa cadere? Certe cose possono essere apprese tramite la memorizzazione, per esempio i libri di storia o di grammatica. Altre, invece, hanno bisogno di tempo per essere impresse nella mente, per avverarsi in quanto parte imprescindibile dello schema di tutte le cose. Il potere stabilisce ciò che è accettabile e ciò che non lo è, le aveva detto una volta Kitay. Si poteva forse dire lo stesso anche per la trama del mondo naturale?Jiang cambiò la percezione del reale di Rin. […] Imparò a non rinnegare le cose che Jiang le mostrava solo perché erano incompatibili con la sua precedente percezione. […] 

«Cosa si intende con la parola dèi?» domandò Jiang. «Perché abbiamo gli dèi? A cosa serve un dio nella società? Analizza queste questioni. Trova le risposte.» […]

I concetti separati nella mente di Rin si connessero a formare una rete che sembrava essere sorta dal giorno alla notte. Le basi che Jiang aveva gettato, ora acquisivano significato completo e assoluto. […]

Jiang la guardò di sbieco. «Sai cosa significa la parola enteogeno?» Lei scosse la testa. «Indica la genesi della divinità interiore» disse lui. Jiang allungò la mano e la toccò con la punta del dito nello stesso punto sulla fronte. «La fusione tra dio e uomo.»

«Ma noi non siamo dèi» rispose lei. […] «Che differenza c’è tra dio interno ed esterno? Qual è la differenza tra l’universo racchiuso nella tua mente e quello esterno?»”


La guerra dei papaveri, R. F. Kuang

 

Edito Oscar Vault

Costo 22€

 

La narrazione de La guerra dei papaveri ha inizio con lo svolgimento da parte della protagonista, Rin (un’orfana di guerra, affidata alle cure di una fredda famiglia implicata nella distribuzione illegale di oppio), di un esame fortemente selettivo, il kējǔ, il cui superamento le consentirebbe di allontanarsi dalla condizione di sfruttamento in cui è cresciuta e di rifiutare il matrimonio combinato a cui è stata costretta, per poter plasmare da sola, o quasi, la propria esistenza. Così, da una situazione apparentemente ordinaria, si viene introdotti nel continente del Nikam, il cui passato, caratterizzato dall’alternarsi di periodi di pace dall’equilibrio precario ad altri sanguinosi e turbolenti, e il cui presente sono tutt’altro che banali. 

Nell’epoca in cui sono narrate le vicende, la regione è suddivisa in 12 province, ciascuna amministrata da un signore della guerra, unificate sotto il governo dell’Imperatrice, conosciuta anche – per via dei poteri conferitegli dagli dèi - come la Vipera. Nel corso dei secoli, infatti, si è cercato di raccogliere le varie aree sotto la guida di un’unica figura per evitare non solo i conflitti interni, ma soprattutto per poter contrastare efficacemente le mire espansionistiche della Federazione di Mugen, sita in un’isola adiacente al continente. Durante il periodo di crescita e formazione di Rin, riuscita a superare il kējǔ e ad entrare all’Accademia (la scuola militare più prestigiosa del Nikam), rincominciano i conflitti tra le due potenze (Nikam e Mugen). Eppure, è riduttivo relegare la trama di questo volume al semplice inasprirsi dei conflitti tra i due paesi; infatti, come si evince dall’estratto riportato sopra, il leitmotiv dell’opera è rappresentato dal bisogno di porsi domande in tutti gli ambiti e malgrado le proprie convinzioni del momento. Noi tutti dovremmo concederci del tempo per ampliare le nostre visioni, per ragionare su credenze e comportamenti spesso dati per scontati, anche quando pensiamo di essere giunti alla rivelazione finale, alla verità assoluta. Perciò, risulta difficile definire e descrivere chiaramente tale volume: i temi affrontati non sono mai netti e unici, si confondono e sfumano l’uno nell’altro. A dimostrazione di ciò, riporto il seguente passo:

Di sicuro, ce l’avrebbe fatta a rimettersi in pari. Ma quel problema si sarebbe ripresentato tutti i mesi. Ogni dannato mese il suo utero si sarebbe lacerato, l’avrebbe lasciata in balia di impeti d’ira e l’avrebbe resa gonfia, impacciata, rintronata e, cosa peggiore di tutte, debole. Poco da stupirsi che le donne di rado restassero alla Sinegard. Doveva sistemare questa faccenda”.

Rin, giunta da un ambiente rurale e poco scolarizzato, si trova per la prima volta alle prese con un fenomeno fisiologico – le mestruazioni -- di cui fondamentalmente non sa nulla ed inizia a riflettere sulle implicazioni che questo avrà sulla sua vita, sul suo addestramento e sulla sua carriera. La ricerca di una via di fuga raccoglie in sé sia il bisogno di allinearsi agli standard maschili, sia l’enorme problema della disinformazione e la necessità di una formazione sessuale (anche nel mondo reale persiste la quasi totale ignoranza su tali questioni), sia il problema dell’irreversibilità di alcune scelte. Non mi discosto dalla soluzione da lei trovata (che non cito per evitare spoiler), perché so quanto possa essere invalidante il ciclo mestruale (non solo a livello fisico – crampi – ma soprattutto a livello mentale – stanchezza, debolezza, confusione ecc), ciononostante mi dispiace sia stata costretta (tutti vogliamo assicurare il nostro futuro) ad una scelta così drastica e dolorosa, senza prendere in considerazione eventuali ripensamenti. Ecco cosa mi ha colpito: la richiesta di continui sacrifici da parte del corpo femminile, non solo in quest’opera fantasy ma anche nella vita di tutti i giorni, come se fossero scontati, normali e necessari.

Un altro estratto interessante è il seguente:

“Ricominciò a farsi delle bruciature. Nel dolore trovava un sollievo confortante e familiare. Era un compromesso cui era abituata. Il successo richiedeva sacrificio. Il sacrificio significava dolore. Il dolore significava successo. Smise di dormire. Prese a sedersi in prima fila per non appisolarsi. Soffriva di costanti mal di testa. Aveva sempre lo stimolo di vomitare. Smise di mangiare. Divenne infelice. Del resto, tutte le alternative l’avrebbero relegata all’infelicità”.

Ed il senguente:

«Mi chiedo che aspetto abbiano i soldati federati» disse Kitay mentre scendeva dalla montagna per procurarsi armi affilate all’armeria. «Hanno braccia e gambe, suppongo. Forse anche una testa.» «No, intendo, a chi somigliano?» chiese Kitay. «Ai nikariani? Tutti gli abitanti della Federazione provengono dal continente orientale. Se non sono come gli esperiani, allora devono avere una faccia in qualche modo normale.» Rin non capiva che importanza potesse avere. «E cosa c’entra?» «Non vuoi vedere che faccia ha il nemico?» chiese Kitay. «No, non voglio» rispose lei. «Perché in quel caso potrei considerarli umani. Ma non lo sono. Stiamo parlando della gente che durante l’ultima invasione dava l’oppio ai bambini di due anni. Della gente che ha massacrato gli speerliani.» «Forse sono più umani di quanto pensiamo» disse Kitay”.

 Cosa posso aggiungere? Ben poco, tanti altri passi mi hanno colpita ed emozionata, ma nel complesso posso dire di aver apprezzato la trama, i personaggi e l’ambientazione. Aspetto con ansia il secondo volume per capire ulteriormente l’intreccio e cercare risposte ad alcuni quesiti.

In conclusione, se volete immergervi in un fantasy entusiasmante dal profumo dolciastro di oppio e in un mondo in cui le arti marziali sono fondamentali, in cui alcune divinità cercano vendetta attraverso gli uomini e in cui esiste un luogo chiamato Chuluu Korikh, allora siete nel posto giusto. Buona lettura.

Ringrazio infinitamente @attimidiprosablog per aver organizzato l'evento, la OscarVault per averci concesso il libro in anteprima e i miei compagni d'avventura @metanfetalibri e @laragazzacalabrese

I link per accedere ai loro blog sono i seguenti:

www.attimidiprosablog.blogspot.com

www.laragazzacalabrese.blogspot.com

www.appuntidiunlettorecompulsivo.blogspot.com

(foto mia)

martedì 6 ottobre 2020

Moby Dick

 “Alla base dell’albero maestro, esattamente sotto al doblone e alla fiamma, il Parsi s’era inginocchiato di fronte ad Achab, ma tenendo stornato il capo chino; […]

“Sì, sì, marinai!” gridò Achab. “Guardatela là, badateci bene: la fiamma bianca non fa che illuminarci la via per la Balena Bianca! […] Oh! Tu limpido spirito di limpido fuoco, che su questi mari io un tempo adorai come un persiano, finché nell’atto sacramentale tanto mi bruciasti da portarne tuttora sfregio, adesso ti conosco, limpido spirito, e adesso so che la sfida è il giusto modo d’adorarti. Né amandoti né riverendoti sarai benevolo, e anche odiandoti tu non puoi che uccidere; e tutti uccidi. Non è uno sciocco impavido colui che ora t’affronta. Io riconosco il tuo indicibile, insituabile potere; ma fino all’ultimo rantolo della mia tellurica vita io contrasterò il suo incondizionato, incompleto dominio su di me. Nel mezzo dell’impersonale personificato, qui sta una personalità. Sebbene al più soltanto un punto, da qualsiasi luogo provenga, in qualsiasi luogo vada, nondimeno, nel mio viver terreno, la regale personalità vive in me e si rende conto dei suoi regi diritti. […] Tu puoi accecare; però io posso procedere a tentoni. Tu puoi consumare; però io posso essere cenere […]” ”.

Moby Dick, Herman Melville


Edito Feltrinelli

Costo 12

 

Mi sono avvicinata a questo intramontabile classico quasi per caso, partecipando al gruppo di lettura organizzato da @cantodellapianura, e oggi -dopo quasi due mesi- non posso fare a meno di continuare a ringraziarla per avermi fatto avvicinare ad un’opera così intensa, profonda e folgorante. Sin dalla prima pagina ho ritrovato nella narrazione di Ismaele una sensibilità che mi ha lasciata stupefatta e tremante: “Chiamami Ismaele. Alcuni anni fa – lasciamo perdere precisamente quanti – avendo poco o punto denaro nel borsellino e nulla in particolare che m’interessasse a terra, pensai di fare vela qua e là per un po’ e andarmene a vedere la parte acquea del mondo. È un sistema che ho io per scacciar l’umor nero e regolare la circolazione. Ogni qualvolta che m’accorgo di star volgendo la bocca al torvo, ogniqualvolta che nell’anima mia umido e piovigginoso s’instaura novembre, ogniqualvolta che m’accorgo di soffermarmi involontariamente davanti ai magazzini di bare e di accodarmi a tutti i funerali che incontro, […] allora stimo sia ormai tempo di mettermi in mare al più presto possibile”. Cosa mi colpisce di più? Probabilmente la conoscenza dettagliata da parte di Ismaele della propria anima – infatti, nonostante la giovane età, mostra una percezione emotiva immensa; in quanti possono dire lo stesso? Non ignoriamo spesso noi stessi e ci rendiamo conto di stare male quando è già troppo tardi, ovvero quando abbiamo già in parte riversato inconsciamente il nostro novembre su chi ci sta vicino?

Così, queste iniziali poche righe ci introducono nel suo mondo e allo stesso tempo presagiscono la rotta che verrà intrapresa in queste 641 pagine: ogni parola ci porterà sempre più vicini al confuso e spesso inesplorato abisso dell’animo umano. Infatti, alla personalità narrante, sensibile e filosofica di Ismaele, si affiancheranno ben presto quella più pratica – ma pur sempre saggia – di Queequeg, quelle meno introspettive ma ilari e crude di Starbuck e Stubb e, infine, quella selvaggia, tenebrosa ed estremamente acuta di Achab (naturalmente, ci sono molti altri personaggi, ma sarebbe impossibile comprenderli tutti). Eppure, il fascino di questo volume risiede anche nei paesaggi descritti, nei riferimenti storici e nella capacità di Melville di alternare capitoli in cui sono incluse informazioni scientifiche riguardanti i cetacei, che colmano il lettore di meraviglia ed incredulità, a capitoli che trasportano all’interno di una vera e propria opera teatrale. Perciò, prima di indirizzare il mio pensiero verso Achab, poiché dalle sue scelte dipenderà il destino di molti, vorrei soffermarmi sul vero protagonista del racconto:

Ma come? Genio nel capodoglio? Ha mai il capodoglio scritto un libro, tenuto un discorso? No, il suo grande genio si dichiara nel suo non far nulla di particolare per dimostrarlo. Vieppiù si dichiara nel suo piramidale silenzio”.

Ed ecco chi impareremo a conoscere: l’immenso capodoglio e i suoi simili.

Il capodoglio è il cetaceo più grande munito di denti (non fanoni) e il più ricercato dalle baleniere del mondo del XIX secolo per via della grande quantità di spermaceti - una sostanza cerosa, semiliquida che veniva comunemente usata come combustibile per le lampade a olio e per la fabbricazione di candele - contenuta all’interno della sua noce, ovvero il suo cranio. Si ipotizza che il liquido sia implicato nell’ecolocalizzazione (biosonar) e nella galleggiabilità del cetaceo (prima dell’immersione viene garantito l’accesso di acqua fredda all’interno del compartimento ospitante la sostanza, la diminuzione della temperatura implica una solidificazione dello spermaceti con conseguente modifica del rapporto massa/volume e quindi modifica della densità; questo consentirebbe al capodoglio delle immersioni in profondità senza eccessivo sforzo muscolare). Eppure, il capodoglio è molto di più: è una creatura estremamente sensibile e intelligente che mostra un’eleganza impareggiabile sia grazie ai suoi movimenti sinuosi che grazie al suo tipico sfiato (nei capodogli lo sfiatatoio - l'organo respiratorio dei cetacei con funzione simile alle narici animali da cui prende origine – è unico e non doppio a differenza dei suoi simili). In un passo, attraverso Achab, Melville ci comunica la grandezza di questo essere:

“Era una testa nera e incappucciata; e appesa com’era in mezzo a quella bonaccia così intensa pareva la Sfinge nel deserto. “Parla, immensa e veneranda testa,” bisbigliò Achab, “tu che, sebbene sguarnita di barba, pure qua e là ti mostri canuta di muschi, parla poderosa testa, e dicci il segreto che è in te. Di tutti i tuffatori, tu ti sei tuffata più a fondo. Questa testa su cui adesso brilla alto il sole, s’è mossa tra le fondamenta del mondo. Dove immemori nomi e flotte arrugginiscono, e taciute speranze a ancore marciscono; […] Oh testa! Tu hai visto abbastanza da schiantare i pianeti e far d’Abramo un miscredente, e non sei capace d’una sola sillaba!””.

Così, nel complesso, le descrizioni che Melville elabora non lasciano l’animo del lettore indifferente. Eccone un’altra, in questo caso sulla Balena Giusta: 

Altri poeti hanno gorgheggiato le lodi del tenero occhio dell’antilope e del leggiadro piumaggio dell’uccello che mai si posa; meno etero, io celebro una coda. […] Il corpo compatto e rotondo della sua radice s’estende in due ampie, solide, piatte palme ovvero patte, che gradualmente s’assottigliano fino a meno d’un pollice di spessore. All’inforcatura ovvero congiunzione, queste patte leggermente si sovrappongono per poi divergere obliquamente l’una dall’altra come ali, lasciando nel mezzo un vasto spazio vuoto. In nessuna creatura vivente le linee della bellezza sono più squisitamente definite che negl’orli a mezzaluna di queste patte”.

I toni cambiano e diventano più intensi, duri e tenebrosi quando si parla di Moby Dick: mostruosamente bianco, con la mandibola storta e con occhi che sono in grado di comunicare odio e, inoltre, “congiuntamente posseduto da tutti gli angeli che caddero dal cielo”. Moby Dick non è un capodoglio, è la reincarnazione della parte più indifferente, selvaggia e violenta della natura -matrigna- e questo ci viene comunicato in ogni parola pronunciata da Achab sul suo conto. Ben presto, infatti, l’ossessione di Achab renderà impossibile parlare dell’uno senza citare l’altro. In uno dei pezzi più belli e chiarificanti dell’opera, viene chiarito uno dei dubbi principali del lettore: perché Achab attribuisce al capodoglio sentimenti umani? È davvero così irragionevole?

““Vendetta su una muta bestia!” gridò Starbuck, “Che semplicemente vi colpì per il più cieco degli istinti! Follia! Essere infuriato con una creatura muta, capitan Achab, mi sembra blasfemo.”

“Ascolta ancora una volta lo strato più fondo. Tutti gli oggetti visibili, amico, non sono che maschere di cartapesta. Ma in ogni evento – nell’atto vivente, nell’azione indubbia - lì, qualcosa di sconosciuto ma tuttavia raziocinante fa spuntare la sagoma delle sue fattezze da sotto la maschera irrazionale. Se l’uomo vuol colpire, colpisca trapassando la maschera! Come può evadere il prigioniero se non aprendosi un varco attraverso il muro? Per me, la balena bianca è quel muro, ficcatomi contro. Talvolta penso che al di là non ci sia nulla. Ma mi basta. Mi occupa; mi colma; io vedo in lei un’atroce potenza invigorita dal nerbo d’un imperscrutabile malanimo. Questa cosa imperscrutabile è ciò che odio di più; e sia la balena bianca l’agente o sia la balena bianca il mandante, io sfogherò su di lei quell’odio. […]””.

Cosa comunicano queste parole? Achab è più profondo e intelligente di quanto si pensi e capisce la necessità umana di avere uno scopo, di avere un capro espiatorio. Chi, dopo un’esperienza traumatica, non proverebbe a sconfiggere il senso di impotenza, di insignificanza e di fragilità attraverso l’ira? In questi casi, non si ha il diritto di odiare per poter cercare di guarire? Il rapporto tra i due è più complesso di quanto si possa pensare, l’odio è solo il primo strato, in profondità si cela un’enorme consapevolezza e un’aspra e inclemente visione del mondo. Achab fa riflettere sul bisogno umano di avere un nemico, ma non solo. Vi invito a leggerlo e a ritrovarvi in lui.



(foto mia)




martedì 1 settembre 2020

Poirot - Tutti i racconti

 “Hercule Poirot guardò pensoso la faccia scura e agitata del giovanotto che gli stava di fronte. «Eh bien?» disse. «Cosa volete da me?»

Evan Llewellyn non esitò un istante. La sua risposta arrivò veloce come un lampo. «La verità.»

Poirot, assorto, si accarezzò i baffi magnifici. «Ne siete sicuro, sì?»

«Certo che lo sono.»

«Ve lo chiedo» spiegò Poirot «perché è una risposta comune, di tante persone. E quando rivelo loro la verità, spesso non ne sono contente. A volte ne sono sgomente e altre imbarazzate. A volte sono completamente… sì, ecco… sbalordite. Che parola, sbalordite. Una parola che mi soddisfa enormemente.»”

Poirot e il mistero della regata, Poirot – Tutti i racconti, Agatha Christie


Edito Oscar Vault

Costo 25

 

Il volume, costituito da ben 974 pagine, raccoglie in ordine cronologico tutti i racconti che vedono come protagonista “un ometto dall’aspetto straordinario. Era alto meno di un metro e sessanta, ma aveva un portamento molto signorile. La testa era a forma d’uovo, costantemente inclinata da un lato. Aveva un paio di baffi rigidi, da militare”: Poirot. Eppure, quello di cui stiamo parlando è molto più di una semplice raccolta di novelle, non solo per via delle illustrazioni -che includono anche i fantastici cartelloni pubblicitari creati da Marco Amici di Radicalging- che accompagnano le vicende narrate da Agatha Christie, ma soprattutto perché consentono al lettore di conoscere e capire Poirot. Se ad un primo impatto emergono -per lo più evidenziati dal suo più caro amico, il capitano Hastings, che ritroviamo nei primi racconti- i tratti più irritanti del suo carattere, come ad esempio la sua arroganza, la sua presunzione* e la sua ossessione per l’ordine, accentuati in particolari occasioni (come quando si ritrova su qualsiasi tipo di imbarcazione -soffre tantissimo di mal de mer), successivamente emergono quelli più sensibili, malinconici, profondi e delicati.

*“Tutti gli ideali del mondo classico lo lasciavano sbalordito. Quegli dei e quelle dee sembravano forniti di tante personalità diverse quante ne poteva avere un criminale dei nostri giorni. E poi, a dire la verità, sembravano proprio tutti dei bei delinquenti! Ubriachezza, dissolutezza, incesto, violenza, saccheggio, omicidio, sotterfugi: abbastanza per tenere costantemente occupato un juge d’instruction. Nessuna vita familiare decente. Né ordine né metodo. Perfino nei loro delitti, né ordine né metodo. «Ercole dei miei stivali!» esclamò Hercule Poirot alzandosi in piedi, deluso e disgustato. Si guardò intorno con aria soddisfatta. Una stanza quadrata con buoni mobili moderni, quadrati… perfino una bella scultura che rappresentava un cubo appoggiato su un secondo cubo e, sopra questo, una composizione geometrica in filo di rame. E, al centro di quella stanza risplendente e ordinata, lui. Si guardò nello specchio. Dunque, ecco un Ercole moderno… diversissimo dallo sgradevole ritratto di una figura nuda, con i muscoli gonfi, che brandiva una mazza nodosa. Al suo posto, invece, una figura asciutta, vestita in abiti da città con un paio di baffi, baffi che quell’Ercole non si sarebbe mai sognato di farsi crescere, un paio di baffi magnifici, eppure sofisticati. Nonostante ciò, esisteva un punto di contatto fra questo Hercule Poirot e l’Ercole della mitologia classica. Sia l’uno che l’altro, indubbiamente, erano stati lo strumento necessario a liberare il mondo da certi flagelli… Ognuno di loro poteva essere descritto come un benefattore della società in cui era vissuto…”

Premessa a Le fatiche di Hercule, Agatha Christie

In più occasioni, attraverso poche parole, rivela un’immensa tristezza, dovuta probabilmente al dover lavorare a stretto contatto con i più feroci e terrificanti istinti umani, e un'immensa gentilezza nei confronti di chi fa di tutto per rendere questo mondo migliore. Come può il lettore non affezionarsi?

“«Non ho nemmeno parlato con i Gold, finora» ribatté Pamela in tono piccato. «E comunque non capisco perché non ci si debba interessare al proprio prossimo. La natura umana è semplicemente affascinante. Non lo pensate anche voi, monsieur Poirot?». Stavolta stette zitta un tempo sufficiente per consentire al suo interlocutore di rispondere. Senza distogliere gli occhi dall’acqua azzurra, Poirot rispose: «Ça dépend». Pamela era scossa. «Oh, monsieur Poirot, non penso che ci sia niente di tanto interessante… di tanto imprevedibile quanto un essere umano.»

«Imprevedibile? Questo no.»

«Ma certo, invece. Proprio quando uno pensa di averli ben sistemati entro la loro casella… ecco che fanno qualcosa di totalmente inatteso.» Hercule Poirot scosse la testa. «No, no, questo non è vero. È rarissimo che una persona compia un’azione che non rientri dans son caractère. Diventa persino monotono, alla fine.»

«Non sono affatto d’accordo con voi» ribatté Pamela Lyall. Tacque per un intero minuto e mezzo prima di tornare all’attacco. «Non appena vedo le persone comincio a pormi domande su di loro: che tipi sono, in che rapporti sono le une con le altre, che cosa pensano, che cosa provano. È… oh, è davvero eccitante!»

«Questo non lo direi proprio!» ribatté Hercule Poirot. «La natura umana si ripete più di quanto ci immaginiamo. Il mare» soggiunse pensosamente «è infinitamente più vario.» Sarah girò il capo di lato e chiese: «Voi pensate che gli esseri umani tendano a riprodurre certi schemi?».

«Précisément» disse Poirot e tracciò un disegno sulla sabbia con il dito.

«Che cosa rappresenta quel vostro disegno?» chiese Pamela con curiosità.

«Un triangolo» rispose Poirot.”

Triangolo a Rodi, Agatha Christie

 

Cosa mostra questo estratto? Una semplice distorsione professionale, che allontana Poirot dalla parte più buona dell’umanità, o un occhio e una mente acuti, capaci di andare oltre il particolare per poter cogliere l’universale e, di conseguenza, l’essenza dell’umanità? Siamo spesso convinti di essere unici e se, come afferma Steinbeck, non fossimo altro che la stessa -ripetuta- lotta primitiva tra bene e male? Quanto è impegnativo dover osservare costantemente il vero volto della realtà? Perciò, sarebbe stato possibile concepire un Poirot diverso, senza i tratti che fanno tanto infuriare il capitano Hastings?

Eppure, Tutti i racconti suscitano ammirazione e amore anche per via dei frequenti riferimenti storici e culturali:

«Mi date un soldino, signore?» Un bambinetto con la faccia sudicia gli rivolse un sorriso furbetto.

«Niente affatto!» disse l’ispettore capo Japp. «E, senti un po’, figliolo…» Seguì un breve predicozzo. Il monello, perplesso e sgomento, batté in una precipitosa ritirata, osservando asciutto e conciso ai suoi giovani amici: «Capperi, sono andato proprio a pescare uno sbirro con la lingua lunga!». La banda se la diede a gambe, cantando i versetti:

Ricordate, ricordate,

il cinque di novembre,

polvere da sparo, congiura e tradimento.

Non si capisce perché

perché il tradimento della polvere da sparo

debba essere dimenticato.

Il compagno dell’ispettore capo, un ometto anziano con la testa a uovo e un folto paio di baffi dal taglio militaresco, stava sorridendo fra sé. «Très bien, Japp» osservò. «Sapete fare ottime prediche, mi congratulo con voi!»

«Un pretesto che non sta in piedi per chiedere l’elemosina, ecco cos’è diventato il Giorno di Guy Fawkes!» disse Japp. «Un ricordo molto interessante dei tempi andati» meditò Hercule Poirot. «I fuochi artificiali scoppiettano in cielo… craccrac… anche molto tempo dopo che l’uomo che commemorano e le sue azioni sono stati dimenticati.» L’importante personaggio di Scotland Yard fu d’accordo con lui. «Mi piacerebbe sapere quanti di quei bambini sanno chi era Guy Fawkes.»

«Ah, senza dubbio, quanto prima nascerà anche una grande confusione a questo riguardo. È in onore o per condanna del cinque novembre che si fanno esplodere i feux d’artifice? Far saltare in aria il Parlamento inglese è stato un delitto oppure un nobile gesto?» Japp ridacchiò.

«C’è qualcuno che, indubbiamente, potrebbe essere di quest’ultima opinione.»”

Delitto nel Mews, Agatha Christie

Davanti a dialoghi così carichi di significato storico, non ci si può non commuovere. Perciò, in conclusione, se amate i delitti e siete curiosi di conoscere la psicologia che caratterizza la figura di Poirot, questo è un volume che fa per voi. Buona lettura.

(foto mia)

Isabella Nagg e il vaso di basilico

“Il doppio si manifesta senza preavviso e senza cerimonie e il suo arrivo significa che la morte è vicina. È a tutti gli effetti una copia i...