venerdì 12 marzo 2021

Tess dei D'Urberville

 “L’unico esercizio fisico che Tess si concedeva a quell’epoca aveva luogo dopo il tramonto; solo allora, fuori nei boschi, le sembrava d’essere meno sola; sapeva come cogliere con precisione quell’attimo della sera, quando la luce e l’oscurità si compensano così equamente che le certezze del giorno e i dubbi della notte si neutralizzano, lasciando un’assoluta libertà mentale. È allora che il difficile impegno d’essere vivi si riduce al minimo. Non temeva le ombre, il suo unico pensiero sembrava quello di evitare l’umanità, o meglio, quella fredda concrescenza chiamata mondo, che, così terribile nella massa, è così meschina, anzi penosa, nelle sue unità.”

Tess dei D’Urberville, Thomas Hardy

 

Edito Rizzoli – BUR

Costo 10

 

In queste pagine, tra i boschi e i campi del Wessex, si erge solitaria - ma resistente - una figura femminile di grande forza, coraggio e determinazione: Tess D’Urberville. Ad affiancarla, sin dai primi capitoli, ritroviamo una famiglia numerosa, sbadata e, soprattutto, con a capo due figure genitoriali particolarmente negligenti: così, i ruoli si invertono e chi dovrebbe educare e lavorare, demanda ai più piccoli e ingenui i compiti più gravosi. Non mentirò: probabilmente, ho sofferto più della stessa Tess nell’osservare l’incuranza e la mancanza di protezione da parte di Jack e Joan; non penso possa esistere un qualcosa di così terribile e dilaniante come un’abitazione senza tetto e pericolante (perché un nucleo familiare in cui mancano dei punti di riferimento è come una casa senza fondamenta, senza tetto e priva di sicurezza) e un’esistenza innocente rovinata dalla mancanza di attenzione e avvertimenti. Così, Tess, che appare immediatamente come un essere umano estremamente sensibile e buono, inizia il suo percorso di vita in questo ambiente contorto e, spesso, inadeguato, che la porterà a provare uno dei dolori più grandi che un’esistenza possa affrontare: la mancanza di libertà, il diventare oggetto del desiderio altrui e il subire un estenuante e pericoloso processo di deumanizzazione. Il frutto di questa esperienza mortificante prenderà il nome di Sorrow, Sofferenza, e le pagine che descrivono la sua nascita e il suo breve percorso di vita, penso siano le più commoventi e intense di tutta l’opera. Grazie a Sorrow, Tess diventa consapevole di quanto la vita sia complessa, di come l’amore possa nascere indipendentemente dal contesto, ma – soprattutto – di come la vita resista anche agli assalti più duri e spietati. Dopo il riconoscimento (soprattutto dell’innocenza che c’è in lui), l’accettazione, il battesimo e il superamento della perdita (di Sorrow), Tess torna lentamente a vivere: realizza quanto la vergogna sia relativa e ritrova speranza nel futuro lontano e dimentico del passato.

Non so cosa mi abbia colpita maggiormente, se la sua capacità di rialzarsi nei momenti più dolorosi o se la sua profonda sintonia con la natura (lei è un vero e proprio spirito della natura), traendo da essa ispirazione e conforto, in ogni caso, sono rimasta sbalordita davanti a questo piccolo concentrato di vita e tenacia. Tess giunge così a Talbothays più tranquilla e più saggia, eppure la vita – nonostante ciò che ha affrontato in precedenza – ha ancora molto da insegnarle. Thomas Hardy disseziona e analizza meticolosamente il dolore, l’angoscia e la vergogna che accompagnano lo stupro e il tentativo successivo di ricostruire la propria dimora ridotta in cenere. Tess non ha colpe, ciononostante realizza quanto questo abbia poco significato agli occhi dell’altro, perché l’altro – perfettamente incarnato da Angel – si erge a giudice e, proprio come nella favola Le due bisacce di Esopo, vede esclusivamente i difetti altrui, ignorando i propri. Non ho amato nessuna figura maschile presente nell’opera, ho apprezzato Angel esclusivamente nella parte conclusiva, ma riconosco quanto possa essere potente l’idealizzazione della persona amata e, per questo motivo, concedo ad Angel il beneficio del dubbio. In conclusione, trovo sia un’opera sublime – anche se non goduta particolarmente a causa della traduzione e del ritrovamento di diversi errori. Vi auguro buona lettura.



mercoledì 3 marzo 2021

I salici

 “Osservai il deserto di acque selvagge, guardai i salici sussurranti, sentii i colpi incessanti del vento instancabile; ognuno di loro, a modo suo, risvegliò in me quella sensazione di strano disagio. Ma i salici in modo particolare, che continuavano a chiacchierare e parlare tra di loro, ridevano un po’, poi stridevano, a volte sospiravano – ma il motivo per cui facevano tutte queste cose apparteneva al segreto della vita e della pianura che abitavano. Era alieno al mondo che conoscevo io, o a quello selvaggio ma gentile degli elementi. Mi facevano pensare a degli esseri di un altro livello di vita, un’altra evoluzione, forse, che discutevano di un mistero di cui solo loro erano a conoscenza. Li guardavo muoversi tutti insieme, scuotere le teste folte, roteare miriadi di foglie anche quando non c’era vento. Si muovevano di propria volontà, come se fossero vivi, e toccavano, in qualche modo incomprensibile, il mio acuto senso di terrore.”

I salici, Algernon Henry Blackwood

 

Edito ABEditore

Costo * ringrazio infinitamente @attimidiprosablog per questo gesto inaspettato e profondamente gradito

 

I salici è un racconto che vede due compagni di viaggio (più nello specifico, di canoa) perdersi tra le atmosfere suggestive, affascinanti e – al tempo stesso – cariche di suspence e di inquietudine, create dal connubio tra le placide acque del Danubio e la malleabile terra su cui poggia un vasto mare di basse siepi di salici: la zona in cui si snodano le vicende è contrassegnata sulla mappa dalla parola Sumpfe, ovvero paludi. Il solo accenno al luogo che i due compagni si trovano ad attraversare, può far capire quali scenari osserveremo in queste 141 pagine. Eppure, risulta comunque difficile spiegare quanto sia stato intrigante, elettrizzante e coinvolgente ritrovarsi accampati in un isolotto circondato da acqua stagnante, dal sole calante e dalla luna crescente e da una miriade di spettatori, attenti ad ogni nostro gesto, ad ogni nostro respiro. In aggiunta, ciò che più mi ha lasciata appagata da questa lettura, sono state alcune riflessioni – fatte con molta cautela – che, sebbene elaborate in una situazione estrema, possono essere applicate alla vita di tutti giorni, in particolar modo alle nostre paure di tutti i giorni e ai nostri traumi: “«Ma hai ragione su una cosa,» aggiunse, prima di far cadere l’argomento «ovvero che saremmo più saggi a non parlarne, o addirittura a non pensarci, perché quello che uno pensa trova espressione nelle parole, e quello che uno dice poi accade.»”. Quante volte abbiamo cercato di eliminare un ricordo o una sensazione evitando di parlarne? Davvero le nostre parole e i nostri pensieri hanno un potere così grande? Dobbiamo davvero stare attenti a ciò che desideriamo o pensiamo, perché rischia di avverarsi? Concludo menzionando i bellissimi disegni che accompagnano la lettura, rendendo le parole ancor più suggestive, e la curatissima traduzione che rende questo viaggio ancora più intenso. Mi auguro lo leggiate, buona lettura.




mercoledì 10 febbraio 2021

Il cielo di pietra

 “Ah, amore mio. Un’apocalisse è una cosa relativa, non è vero? Quando la terra va in pezzi, è un disastro per la vita che dipende da lei… ma è insignificante per Padre Terra. Quando un uomo muore, dovrebbe essere sconvolgente per una bambina che un tempo lo chiamava padre, ma diventa come niente se quella bambina è stata chiamata mostro così tante volte da finire per accettare quell’etichetta. Quando uno schiavo si ribella, non significa molto per le persone che ne leggono in seguito. Solo esili parole su esile carta consumata dall’abrasione della Storia. («Così eravate schiavi, e allora?» sussurrano. Come se non fosse niente.) Ma per le persone che vivono sulla loro pelle una rivolta di schiavi, sia per chi dà per scontato il proprio dominio fino a essere travolto senza preavviso, sia per chi guarda bruciare il mondo piuttosto che sopportare un momento di più vissuto al “proprio posto”…

[…]

Se una com costruisce su una linea di faglia, incolpi le sue mura quando inevitabilmente crollano, schiacciando le persone all’interno? No, incolpi chiunque sia stato così sciocco da pensare di poter sfidare per sempre le leggi della natura. Ecco, alcuni mondi sono costruiti su una linea di faglia di dolore, tenuti in piedi da incubi. Non recriminare quando quei mondi crollano. Infuriati perché sono stati creati con un destino segnato sin dall’inizio.”

Il cielo di pietra, N. K. Jemisin

 

Edito @oscarvault

Costo 15€

 

L’Immoto è ciò che resta all’uomo: è rifugio e supplizio, terra e fiamme (Terra infame), cenere e piogge acide. In particolare, l’Immoto e le sue quinte stagioni sono la punizione che Padre Terra ha assegnato all’umanità per non aver rispettato la vita, per aver calpestato con ipocrisia cadaveri innocenti, per aver perforato il mantello terrestre ed aver maneggiato l’essenza vitale con noncuranza e disprezzo. L’Immoto e le sue quinte stagioni sono ciò che una civiltà assetata di potere e pregna di indifferenza merita. In fin dei conti, Padre Terra è stato buono, è stato clemente; anche se malnutrita, stanca e impaurita, l’umanità continua a calpestare il suolo terrestre e a respirare: “A quanti sono sopravvissuti. Respirate. Così. Un’altra volta. Bene. State bene. E anche se non state bene, siete vivi. Questa è una vittoria”. In queste pagine, ogni scenario sembra così lontano, eppure così vicino. Il percorso, che ha inizio con La quinta stagione (volume 1) e si conclude con Il cielo di pietra (volume 3), ha come obiettivo quello di toccare e risvegliare la sensibilità di chi lo legge perché ci rende consapevoli di quanto ogni cosa che ci circonda possa soffrire ed essere viva. È proprio questo il punto, non possiamo pretendere che il nostro modo di sentire sia unico, inimitabile, giusto e vero; di conseguenza, non possiamo pretendere che ciò che non sente o vive come noi sia inesistente, morto, inadeguato o limitato. Ecco che N. K. Jemisin ci stimola e ci mostra tanti altri modi di essere vivi, di sentire (sensire), di comunicare e di pensare. Questo viaggio attraverso le strade distrutte e pericolose dell’Immoto mi ha stregata e conquistata. Ho trovato tutto perfetto e geniale: dal tipo di narrazione ai dialoghi, all’intreccio e ai personaggi. Ho amato il rimanere sulle spine e farmi consumare dalla curiosità sino alle ultime pagine; questa trilogia è così, esattamente come i personaggi che prendono vita tra le sue pagine: oscura, intricata e, contemporaneamente, magnifica. Mi è piaciuto rimanere sorpresa e confusa sino alla fine, ma ancor di più vedere la crescita di Damaya, Syenite, Essun e Nassun. Ho respirato precarietà, carenza di cibo, dolore, ingiustizia, sacrificio ma anche tanto altro. Ho capito quanto è difficile essere madri, quanto spesso il controllo sia inutile e quanto bisogno d’amore e accettazione c’è in esseri così piccoli. In conclusione, è stato bello e paradossalmente non sento tristezza nell’averlo concluso (non è vero, un po' sì): ho già intenzione di rileggere la trilogia dall’inizio. Mi auguro che questa trilogia dell'ossido vi piaccia, buona lettura.

(foto mia)


lunedì 8 febbraio 2021

L'ottava vita (per Brilka)

 “Devo queste righe a un’infinità di lacrime versate, devo queste righe a me stessa, quella che lasciò la patria per trovarsi e tuttavia si perse sempre di più; ma soprattutto devo queste righe a te, Brilka.

Le devo a te perché tu meriti l’ottava vita. Perché si dice che il numero otto equivalga all’eternità, al fiume che ritorna. Ti dono il mio otto.

Ci lega un secolo. Un secolo rosso. Per sempre e otto. È il tuo turno, Brilka. Io ho adottato il tuo cuore. Il mio l’ho gettato via. Accetta il mio otto.

Sei la bambina magica. Lo sei. Passa attraverso il cielo e il caos, attraverso tutti noi, attraverso queste righe, attraverso il mondo degli spiriti e il mondo reale, attraverso il capovolgimento dell’amore e della fede, accorcia i centimetri che ci hanno sempre separate dalla felicità, passa attraverso il destino che non era tale.

Passa attraverso me e te.

Vivi tutte le guerre. Supera tutti i confini. Io ti dedico tutti gli dei e tutti i rosari, tutti i roghi, tutte le speranze decapitate, tutte le storie. Passaci attraverso. Perché hai i mezzi per farlo, Brilka. L’otto, pensaci. In questo numero tutti noi saremo legati l’uno all’altro e potremo stare in ascolto l’uno dell’altro, per tutti i secoli.

Tu potrai farlo.

Sii tutto quello che noi eravamo e non eravamo. Sii un tenente, una funambola, un marinaio, un’attrice, un regista, una pianista, un’amante, una madre, un’infermiera, una scrittrice, sii rossa e bianco o blu, sii caos e cielo e sii loro e io e non essere tutto questo, e soprattutto danza infiniti pas de deux.

Attraversa questa storia e lasciatela alle spalle.”

L’ottava vita (per Brilka), Nino Haratischwili

 

Edito Marsilio Editori

Costo 24

 

Brilka questo romanzo, quest’inno alla vita, alla libertà e all’amore è dedicato interamente a te; a te che sei l’antidoto, il risultato di un secolo di storia che fa rabbrividire e andare alla ricerca di un riparo per il cuore, per l’anima. In queste pagine ho imparato a conoscerti, più di quanto mi aspettassi, perché so cosa c’è dietro, so quanto dolore ti ha preceduta, so quanto amore incondizionato ti ha creata e so quanta forza ti ha cullata. Non mi sarei mai aspettata un viaggio così ammaliante, profondo e incredibile, eppure eccomi qui, eccoci qui. Dietro le tue spalle, i tuoi capelli ribelli e la tua carnagione diafana ti aspettavi tutto questo? Nell’istante che intercorre tra un pas de deux e una piroetta, cosa pensi? Cosa senti? Chi sei? Senti il profumo di Stasia che durante la guerra, in una città sconosciuta e affamata, trovava conforto esclusivamente nella danza? Senti la forza di Christine che per proteggere la sua famiglia ha dovuto mantenere il silenzio? Senti la nostalgia di casa di Kitty? L'amarezza di Kostja? L'inadeguatezza e la voglia di libertà di Elene? Cosa provi Brilka ora che il tuo passato e la tua storia sono stati messi a nudo e puoi immergerti negli animi che ti hanno preceduta? Io sono emozionata, commossa all’inverosimile e persa tra tutte le vite che in queste 1129 pagine hanno alzato lo sguardo verso un cielo così simile e, allo stesso tempo, così diverso. Sono nata in un periodo di pace, non so cosa voglia dire morire per un pensiero non in linea con il regime politico, per un film che nessuno ha visto ma di cui tutti parlano o per cercare di preservare l’amore della nostra vita da uomini potenti e mostruosi, ma so quanto sia importante conoscere chi ci ha preceduti, rendere loro omaggio e, al tempo stesso, cercare di non commettere i loro stessi errori. Dai nostri errori si impara, ma dalla conoscenza degli sbagli altrui si capisce come accettarsi, come non perdersi in un bicchier d’acqua e come lottare per i propri bisogni. La storia insegna, Brilka, ma le vite che l’hanno vissuta insegnano ancora di più. Così, forti di questa nuova consapevolezza, siamo pronti a perderci tra i sogni del fabbricante di cioccolato, colui che ha iniziato questa storia nel modo più dolce e pericoloso possibile: grazie ad una tazza di cioccolata fusa, calda, irresistibile e inebriante. Una cioccolata che è un po’ il simbolo del secolo che Stasia, Christine, Sopio, Kitty, Andro, Kostja, Nana, Elene, Miqa, Daria, Niza, Miro e, infine, Brilka hanno attraversato: dolce e amara al tempo stesso. È difficile descrivere l’essenza di queste pagine, so solo che catturano, cullano, fanno male e ti accarezzano. È, in alcuni punti, un pugno allo stomaco necessario. Mi auguro lo leggiate, vi auguro una buona lettura.

(foto mia)


venerdì 5 febbraio 2021

La fine del mondo e il paese delle meraviglie

 “ – Anche tu non riesci a capire bene cosa sia, il cuore?

- Ogni tanto mi succede, - dissi. – Ci sono volte in cui riesco a capirlo solo dopo che è passato molto tempo, altre volte è troppo tardi. Nelle maggior parte dei casi siamo costretti a prendere delle decisioni e ad agire quando non siamo ancora sicuri dei nostri sentimenti, il che disorienta noi stessi e gli altri.

- A me sembra una cosa del tutto imperfetta, il cuore, - disse lei sorridendo.

Tirai fuori le mani dalle tasche e le guardai alla luce della luna. Imbiancate dal chiarore lunare sembravano statue proporzionate a un mondo in miniatura, che avessero perso la loro destinazione.

- Lo penso anch’io, - dissi. – È una cosa estremamente imperfetta. Però lascia delle tracce. E noi possiamo ritrovarle, seguirle. Come si seguono le impronte lasciate sulla neve.

- E portano da qualche parte, quelle tracce?

- A noi stessi, - risposi. – Così funziona il cuore. Se non ci fosse il cuore, si vagherebbe senza fine.”

La fine del mondo e il paese delle meraviglie, Murakami Haruki

 

Edito Einauidi

Costo 15

 

Questo libro mi ha lasciata particolarmente spiazzata e con pareri e sentimenti piuttosto contrastanti. Se da un lato ho amato l’intreccio, l’idea di base, alcuni paesaggi proposti e alcune conversazioni, dall’altro non sono riuscita ad entrare completamente nella storia, a partecipare pienamente alle vicende e all’evolversi della situazione. Non so di chi sia la colpa, forse non era il periodo giusto o quello che cercavo in quel momento, forse io e il protagonista siamo troppo distanti per poterci comprendere, perciò non posso dirmi pienamente soddisfatta della lettura; ciononostante, ci sono comunque degli aspetti positivi, ovvero: i continui richiami al cuore, alla necessità che ogni essere umano ha di preservare quel muscolo ingarbugliato che ha nel petto, al ruolo dei limiti mentali che, una volta sbaragliati, ci consentono di vivere in eterno e all’importanza della nostra coscienza. È stato un viaggio nelle profondità della terra e dell’animo umano, che mi ha consentito – aspetto molto positivo - di perdermi nei tunnel sotterranei dell’inconscio, dell’invisibile e di osservare come, effettivamente, sia insito nella nostra esistenza il dualismo conscio-inconscio: dove viviamo la notte?

C’è un altro estratto che mi ha affascinato ed è il seguente: “ – Non bisogna lasciare che la fatica entri nel cuore, - disse. – Me lo ripeteva sempre mia madre. Può darsi che la fatica controlli il tuo corpo, ma fai del tuo cuore una cosa tua.

- Aveva ragione.

- Però, a essere sincera, io non lo so bene cosa sia il cuore. Che significato esatto abbia, in che modo sia meglio usarlo… per me è soltanto una parola.

- Il cuore non è qualcosa da usare, - risposi. – Semplicemente esiste. Come il vento. Basta che lei ne senta i movimenti.”

In conclusione, vale la pena leggerlo solamente per alcuni dialoghi estremamente toccanti, interessanti e acuti. Mi auguro vi piaccia e vi trascini in una fine del mondo per cui valga la pena lottare.




martedì 26 gennaio 2021

Il filo di mezzogiorno

 “Ogni individuo ha il suo segreto che porta chiuso in sé fin dalla nascita, segreto di profumo di tiglio, di rosa, di gelsomino, profumo segreto sempre diverso sempre nuovo unico irripetibile, segreto di impronte digitali graffito inesplicabile sempre nuovo diverso sempre unico irripetibile. Segreto di occhi azzurri, eco del segreto dello spazio segreto di occhi neri, eco del segreto della notte segreto di occhi grigi, eco di segreto di disegno di nuvole sempre dissimile, impensato segreto di occhi verdi, eco del segreto di profondità marine danzanti di alberi di corallo, alberi di sangue? Segreto di sangue pietrificato… ogni individuo ha il suo segreto… non violate questo segreto, non lo sezionate, non lo catalogate per la vostra tranquillità, per paura di percepire il profumo del vostro segreto sconosciuto e insondabile a voi stessi, che portate chiuso in voi fin dalla nascita sconosciuto e insondabile a voi stessi. Ogni individuo ha il suo segreto, ogni individuo ha la sua morte in solitudine… morte per ferro, morte per dolcezza, morte per fuoco, morte per acqua, morte per sazietà unica e irripetibile. Ogni individuo ha il suo diritto al suo segreto e alla sua morte.”

Il filo di mezzogiorno, Goliarda Sapienza

 

Edito La nave di Teseo

Costo 15

 

Trovare le parole per descrivere un’opera così introspettiva ed intima è difficile e, riconciliandomi al breve estratto riportato sopra, comprometterebbe la bellezza della stessa: nessuna descrizione, per quanto sentita e accurata, potrà mai definire le emozioni che queste pagine sono in grado di trasmettere a chi le legge e le ascolta.

Eppure, in linea generale, durante la lettura di questo volume, mi sono sentita esattamente come Goliarda quando scrutava l’orizzonte per cogliere il riavvicinarsi tra Sicilia e Africa: “Ma non c’era tempo per riposare a lungo, bisognava tornare a fissare il mare: sorvegliarlo, come diceva Nica. L’aria era limpida, forse era il giorno che l’Africa si sarebbe avvicinata alla Sicilia. “La viene ad abbracciare, sono sorelle, ma un malifizio ha buttato il mare in mezzo a loro, e le condanna a stare lontane, meno un giorno dell’anno: ma nessuno dei vivi e dei morti sa quando viene questo giorno, è per questo che bisogna sorvegliare sempre.” […]”. Ecco la prima sensazione che ho provato davanti a queste pagine: l’incapacità di chiuderle e lasciarle riposare, il bisogno di continuare a sfogliarle e raggiungere, così, la fine e il quadro generale. Goliarda Sapienza possiede, infatti, la grandissima capacità di sciogliere - durante la narrazione – anche i nodi più intricati e confusi (dovuti alla psiche umana); così, pezzo di puzzle dopo pezzo di puzzle, si coglie il quadro generale e le ripercussioni che questo ha avuto sulla sua anima. In particolare, ne Il filo di mezzogiorno, emergono delle situazioni (e sofferenze) – taciute in Lettera aperta – che mostrano quanto possa essere contorto e complesso il rapporto genitore-figlia/o e medico-paziente. È difficile spiegare, a chi non l’ha mai vissuto sulla propria pelle, quanto possa essere soffocante o mortale la mancanza di affetto da parte di un adulto (in particolar modo se genitore), quanto possa incidere sulla crescita di un bambino, quanto possa farlo sentire intruso o in più; ciononostante, durante la narrazione, questo viene mostrato nel modo più giusto che ci possa essere: prendendoci e prendendosi per mano e mostrandolo con la calma e la lucidità giuste. Inoltre, è interessante osservare come la mancanza di affetto si possa ripercuotere su tutte le fondamenta dell’essere: viene meno il senso di accettazione di sé, aumenta in modo spropositato il proprio sguardo critico e, nel riflesso dello specchio, non si è più in grado di cogliere se stessi, ma esclusivamente un insieme scoordinato di difetti. È ancora più interessante notare come spesso questa visione intacchi quei caratteri legati al sesso, al genere (forse perché più facilmente catalogabili o espliciti?): non si è mai o troppo femminili o troppo poco femminili (in questo caso).

Però, il rapporto maggiormente indagato tra queste pagine è quello medico-paziente o, ancora meglio, paziente-psicoterapia; un rapporto che, sin dai primi capitoli, appare fortemente delicato e fragile perché, per quanto possa mostrarsi efficace, per poter venire “messa in atto” - la psicoterapia - necessita del medico, figura non onnipotente o onnisciente o impeccabile. Emerge così il “tradimento”, l’umanità e l’incapacità di essere perfetti anche da parte dei professionisti, soprattutto quando scendono in campo le emozioni; non negherò di aver sofferto, di essere stata male ed essere rimasta profondamente amareggiata, ma – dopo un’attenta riflessione – ho realizzato che, nonostante tutto, il seme più prezioso – ovvero il riuscire a superare la mancanza d’affetto genitoriale, il riuscire a fidarsi e mostrarsi – era stato comunque piantato e che, in un altro momento, avrebbe potuto nuovamente rigermogliare. Inoltre, alla fine e paradossalmente, ho trovato Sapienza più matura e forte di quanto ritenuto anche da alcune figure professionali. In conclusione, è stata una scoperta meravigliosa: desideravo da sempre leggere e scoprire l’esperienza altrui con la psicoterapia; lo consiglio se siete curiosi, se volete conoscere questa figura così intrigante. Ringrazio come sempre Giulia di @thedevilreadseverything e il suo gdl #lamiapartedigioiagdl.



domenica 17 gennaio 2021

Il conte di Montecristo

 “«Ascoltate», attaccò il conte, e il viso gli si iniettò di fiele come il viso di un altro si tinge di sangue. «Se un uomo, attraverso torture inaudite, fra tormenti senza fine, avesse fatto morire vostro padre, vostra madre, la vostra amante, uno degli esseri insomma che quando vi vengono sradicati dal cuore vi lasciano un vuoto un vuoto eterno e una ferita sempre sanguinante, riterreste sufficiente la riparazione che vi offre la società per il fatto che il ferro della ghigliottina è passato tra la base dell’occipitale e i muscoli trapezi dell’assassino, e per il fatto che l’uomo che vi ha condannato ad anni di sofferenze morali ha patito pochi secondi di dolore fisico?»

«Sì, lo so – rispose Franz – la giustizia umana è insufficiente come consolatrice; può versare sangue in cambio di sangue, solo questo. Bisogna chiederle quanto è in suo potere, e non altro». «Senza contare che vi sto portando un esempio materiale – proseguì il conte – quello in cui la società, minata nelle fondamenta dalla morte di un individuo, vendica la morte mediante la morte; ma non esistono forse milioni di dolori che possono straziare le viscere dell’uomo senza che la società se ne curi per nulla al mondo, senza che offra quell’insufficiente strumento di vendetta di cui parlavamo poc’anzi? […]» «Sì – ribatté Franz – ed è per punire questi che viene tollerato il duello». […] «Intendiamoci: mi batterei a duello per una quisquilia […]. Ma per un dolore lento, profondo, infinito, eterno, restituirei se fosse possibile un dolore pari a quello che mi fosse stato inflitto: occhio per occhio, dente per denti, come dicono gli orientali […]». «Ma con questa teoria che vi fa giudice e boia della vostra propria causa – dichiarò Franz al conte – è arduo tenervi entro i limiti dove voi stesso sfuggireste perennemente alla potenza della legge. L’odio è cieco, la collera sventata, e colui che si mesce la vendetta rischia di bere una bevanda amara»

Il conte di Montecristo, Alexandre Dumas

 

Edito Feltrinelli

Costo 15€

 

Erano mesi che nutrivo il desiderio di iniziare quest’opera, così - verso la seconda metà di dicembre - ho deciso di farmi cullare e accompagnare dalla scrittura di Alexandre Dumas; ora, dopo averlo concluso (già da 17 giorni), posso dire di aver sempre avuto nel cuore un posticino riservato ad un’opera così avvincente, elaborata e, nel complesso, saggia. Probabilmente, ciò che più lascia esterrefatti è il realizzare quanto intricato -e perfetto- sia l’intreccio narrativo, ma non solo. Così, alla trama estremamente tortuosa, si affiancano le descrizioni di atmosfere e paesaggi cupi (si pensi al castello d’If) e incantati (si pensi al mare che circonda l’isola di Montecristo e ai continui richiami a Le mille e una notte), i ritratti straordinariamente realistici dei personaggi e le discussioni capaci di ispirare ragionamenti esistenziali.  

Il conte di Montecristo offre così tanti spunti di riflessione da non sapere esattamente definirli tutti; a quale tema affrontato assegnare, dunque, il primo posto? Non alla vendetta, che sebbene venga visto come il filo conduttore delle vicende narrate, rappresenta solamente la punta dell’iceberg: nelle profondità dell’animo umano si sfiorano molte altre sensazioni ed emozioni. Cosa spinge un uomo a dedicare così tante energie alla rivalsa? Cosa porta alla vendetta? Ciò che davvero spinge il lettore, e lo stesso Dantès, in un viaggio di 1066 pagine, tra Francia, Italia e molte altri Stati, non è forse l’amore per la dignità umana o per il ricordo di una vita degna di essere vissuta e – per questo – protetta con le unghie e con i denti? Il conte di Montecristo è immenso: dallo sconforto si passa alla speranza, dai pensieri suicidi al bisogno di ritrovare il proprio posto nel mondo. Edmond Dantès attraversa molte fasi dolorose e va incontro a grandissime privazioni, eppure si ritrova appagato dalla semplice presenza dell’abate Burioni. Quanto ci salva il contatto umano? La conoscenza di persone con cui parlare, con cui arricchire la propria esistenza? In momenti difficili, quanto è grande o sconfinato il bisogno di una figura paterna o materna al nostro fianco? Quanto è straziante venire a conoscenza del male che è stato fatto ai propri affetti in nostra assenza? Ma Il conte di Montecristo è anche perdersi tra i banditi romani, tra droghe orientali e tra mille feste e rappresentazioni teatrali. Perciò, se avete bisogno di una lettura scorrevole ed elaborata con maestria: eccolo.

(Foto mia)


Isabella Nagg e il vaso di basilico

“Il doppio si manifesta senza preavviso e senza cerimonie e il suo arrivo significa che la morte è vicina. È a tutti gli effetti una copia i...