venerdì 30 aprile 2021

Poirot sul Nilo

 “La signora Allerton esclamò allegramente: «Dunque rinuncereste volentieri alle Piramidi, al Partenone, a tante bellissime tombe, ai templi… soltanto per avere la grande soddisfazione di sapere che tanta povera gente mangia tre pasti al giorno e muore nel suo letto?».

Il giovanotto la guardò accigliato.

«Secondo me, gli esseri umani sono più importanti delle pietre.»

«Disgraziatamente non si conservano altrettanto bene» ribatté Hercule Poirot.”

Poirot sul Nilo, Agatha Christie

 

Edito Mondadori

Costo 12€

 

Questo è un post un po’ diverso dal solito: uno spazio per leggere e ascoltare le vostre opinioni. Cosa ne pensate di questo dialogo? Chi vi sentite di appoggiare? Come conciliare l’importanza della vita umana con il progredire della scienza, dell’arte e dell’umanità in generale? Vi sentite più cicala o più formica? Ovvero vi sentite più invogliati a preservare il benessere del presente o quello del futuro?

Non voglio esprimere nessuna opinione, vi lascio un foglio intonso.

Fatemi sapere.

 


P.s. ho letto questo libro per #LettureaBibliopolis di  @letturanostalgica (che ringrazio sempre di cuore).


mercoledì 21 aprile 2021

Libertà

 “E allora smise di guardare i suoi occhi e cominciò a guardarvi dentro, ricambiandone lo sguardo prima che fosse troppo tardi, prima che quel legame tra la vita e l’aldilà andasse perduto, e le mostrò tutta l’abiezione che aveva dentro, tutto l’odio moltiplicato di duemila notti solitarie, mentre entrambi erano ancora in contatto con il vuoto in cui la somma di tutto ciò che avevano detto e fatto, di tutto il dolore che avevano inflitto, di tutte le gioie che avevano condiviso, pesava meno di una minuscola piuma nel vento.

- Sono io, - disse lei. – Solo io.

- Lo so, - disse lui, e la baciò.”

Libertà, Jonathan Franzen

 

Edito Einaudi

Costo 14

 

Libertà si profila all’inizio come un viaggio nella relazione tra Walter e Patty (e nel rapporto con i loro figli, Joey e Jessica, e con il migliore amico di Walter, Richard), per poi diventare qualcosa di più ampio, comprendendo e analizzando le contraddizioni e i problemi degli Stati Uniti negli anni Ottanta-Duemila. Così, in queste 645 pagine, veniamo risucchiati dall’insoddisfazione di Patty, dall’eccessivo buonismo di Walter, dal bisogno di leggerezza di Joey e dalla paura per la monotonia (e monogamia) di Richard, con costanti richiami alla situazione culturale, politica e sociale del tempo. È proprio grazie al titolo, Libertà, che capiamo quanto il pensiero politico, con la contrapposizione democratici-repubblicani, possa influenzare ed introdursi nella vita di tutti i giorni (o, viceversa, come la vita di tutti i giorni possa influenzare il pensiero politico), portando gli individui ad adottare comportamenti o sentimenti opposti su questioni basilari ed essenziali: “Da dove veniva, quell’autocommiserazione? In dosi così massicce? Patty viveva un’esistenza invidiabile da quasi tutti i punti di vista. Ogni giorno aveva a disposizione l’intera giornata per escogitare un modo di vivere dignitoso e soddisfacente, eppure tante possibilità di scelta e tanta libertà sembravano solo renderla più infelice. L’autobiografa è quasi costretta a concludere che si compativa proprio perché era libera”. In ogni caso, mettendo da parte il contesto e i riferimenti politici di cui è pregno il romanzo, la lettura si profila come una magistrale un’immersione nella psicologia di coppia. I protagonisti sono delle persone umane che devono lottare costantemente contro le proprie contraddizioni e le proprie ipocrisie; gli errori da loro commessi sono innumerevoli, in molti casi ingiustificabili, eppure li portano all’essenza, al perdono, all’educazione dell’altro e allo scorgere nel volto altrui se stessi.

Dopo averlo concluso, continuo a ritenere Patty una persona coraggiosa, che – almeno all’inizio – ha avuto la forza di imbrigliare e dominare il proprio desiderio sessuale, costruendo una vita e una relazione basata su altri punti di forza. Non penso che scegliere Walter, a discapito dell’attrazione provata nei confronti di Richard, sia stato semplice o poco temerario; al contrario, essere consapevoli del proprio bisogno di gentilezza e delicatezza richiede un certo grado di introspezione e ragionamento. Lei, optando per Walter, ha tentato di mettersi realmente in gioco (anche se spesso nel modo sbagliato) e di sconfiggere gli spettri nati da una situazione familiare ambigua. Con ciò, non nego abbia commesso molti errori e si sia rivelata, soprattutto nei confronti di Joey, una figura particolarmente tossica. Infatti, Patty si dimostra ripetutamente incapace di gestire e controllare la propria emotività, scaricando sull’altro – alla prima occasione utile – il proprio bagaglio emotivo (è una sorta scarica barile emotivo cronica); spesso, colui che si ritrova a dover gestire questo ammasso informe e putrescente, è proprio Joey, diventato una sorta di confidente nonostante il divario anagrafico. Quanto può essere estenuante dover assimilare le paure, i dubbi, le angosce e le sofferenze di un’altra persona? Quanto può essere tossico scaricare il tutto su una persona che non ha gli strumenti e l’esperienza per affrontarli (Joey è comunque giovanissimo)?

Sono rimasta incantata davanti a questi personaggi così fragili, umani e complessi. Sono rimasta profondamente commossa davanti alla bontà, spogliata di qualsiasi artificiosità, di Walter. Mi auguro lo leggiate e mi auguro possiate trovare qualcuno che, nonostante tutti gli sbagli e le difficoltà, vi possa sempre perdonare. Buona lettura.




mercoledì 14 aprile 2021

Grandi speranze

 “All’inizio con simili discorsi e poi con una conversazione di carattere più generale, il signor Wemmick ed io ingannammo il tempo e la strada, finché egli non mi informò che eravamo giunti nel distretto di Walworth. Mi fece l’effetto di un agglomerato di sentieri bui, fossati, giardinetti, insomma di un luogo isolato e piuttosto lugubre; e l’abitazione di Wemmick era una casetta di legno al centro di un magro orticello, con la parte superiore mozza e dipinta in modo da imitare una batteria munita di cannoni.

- Opera mia, - disse Wemmick, - graziosa, vero?

La lodai vivamente. Era la casa più piccola che avessi mai visto, con certe buffe finestre gotiche (la maggior parte finte) e una porta gotica, così angusta che si entrava a stento.

- Quella è una vera e propria asta da bandiera, vedete, - disse Wemmick, - e la domenica alzo una vera e propria bandiera. Ora guardate qui. Appena ho attraversato il ponte, lo alzo, ecco, così, e blocco il passaggio.

Il ponte era un’asse, messa di traverso sopra un fosso largo poco più d’un metro e profondo mezzo. Ma mi piacque l’orgoglio con cui egli lo alzò e lo assicurò, e quel sorriso di sincera soddisfazione e non puramente meccanico.

- Ogni sera alle nove, ora di Greenwich, - continuò Wemmick, - il cannone spara. Eccolo lì, lo vedete? E quando lo sentirete sparare vi sembrerà un vero cannone -. […]

- Poi, dietro, - disse Wemmick, - ma invisibile, così da non togliere l’illusione di una fortezza, perché è un mio principio che quando si ha un’idea bisogna realizzarla fino in fondo, non so se sia anche la vostra opinione…

Assentii energicamente.

- Dietro, c’è un maiale e delle galline e dei conigli; poi, per tenere in esercizio i muscoli, vedete, coltivo cetrioli, e giudicherete a cena che razza di insalata faccio crescere. Così, - disse Wemmick, sorridendo di nuovo, ma con serietà, anche, e scuotendo il capo, - se mai questa piccola piazzaforte venisse assediata, capite che potrebbe resistere, quanto a vettovaglie, per un tempo indefinito.”

Grandi speranze, Charles Dickens

 

Edito Einaudi

Costo 13

 

Grandi speranze è certamente un’opera matura e disillusa che, però, conserva un grande concentrato di tenerezza, ironia, bontà e ottimismo e, per questo motivo, rimane nel complesso sempre delicata e gioviale. Sin dalle prime pagine, si può notare la perfetta commistione di atmosfere cupe e ricche di suspence ad atmosfere ilari e tenere. Pip, il protagonista dell’opera, anche se orfano e affidato alle cure poco amorevoli della sorella, trova comunque conforto e accettazione nel rapporto con Joe, marito della sorella e quasi un padre adottivo per Pip, che cerca di condividere con lui sia i piaceri che i dispiaceri. Se Pip, durante il corso del racconto, potrà essere paragonato ad una canoa le cui condizioni cambiano a seconda del vento e che è ancora alla ricerca di una via maestra, al contrario, Joe può essere paragonato ad un albero centenario, in quanto uomo adulto che, nella sua semplicità, è irremovibilmente ed irrimediabilmente buono. Joe può essere presentato con queste semplici parole: “- E infine, Pip (e questo te lo dico seriamente, ragazzo mio), ho visto la mia povera mamma soffrire e faticare e lavorare come una schiava, senza mai un attimo di pace nella sua vita mortale, e adesso ho una grande paura di comportarmi male, non facendo ciò che è giusto verso una donna, tanto che fra le due preferisco sbagliare nel senso opposto, e trovarmi male io. Vorrei essere il solo che ci va di mezzo, Pip; vorrei che non ci fosse lo Stuzzichino per te, vecchio mio; vorrei che tutto ricadesse sulle mie spalle; ma questo è il lato buono e il lato cattivo di ogni cosa, Pip, e spero che tu vorrai perdonarmi le mie mancanze”. Così, circondato da una sorella non proprio affettuosa e dalla protezione di Joe, inizia il percorso di crescita di Pip e, ben presto, altre figure e tanti colpi di scena andranno ad arricchire il racconto: la signorina Havisham (il cui passato incombe ancora sul suo presente), Estella, Herbert, Jaggers, Wemmick e Provis/Magwitch sono solo alcuni esempi. Ogni personaggio si inserisce armoniosamente nel racconto e nella vita di Pip; da ciascuno di essi, il nostro protagonista, avrà qualcosa da imparare e con cui destreggiarsi fino alle battute finali. Sono molto interessanti le questioni morali che emergono in più occasioni: è giusto fornire del denaro senza renderne nota la provenienza? È lecito riversare le proprie paure e i propri traumi su un bambino? È normale rinnegare di punto in bianco le proprie origini e chi, fino a quel momento, ci è stato vicino?

In ogni caso, uno dei personaggi che più ho apprezzato, oltre alla complessità della signorina Havisham e di Estella, è stato Wemmick e, proprio a lui, ho voluto dedicare l’estratto iniziale. Ci sono sicuramente parti dell’opera molto più incisive, riflessive e acute, ciononostante continuo a vedere nel dialogo riportato sopra la vera essenza e il vero obiettivo del racconto: imparare a riconoscere chi realmente è in grado di accogliere bonariamente le nostre stranezze, la nostra vita di tutti i giorni e i nostri talloni d’Achille. Wemmick, in questo frangente, mostra a Pip la sua originalissima dimora e, nel farlo, si mostra fragile, fiero e orgoglioso di ciò che nel tempo è riuscito a realizzare, sebbene questo si scontri col socialmente accettato dell’epoca (chi mai metterebbe un cannone nella propria dimora?). Ecco che, grazie all’ironica e magistrale penna di Dickens, Pip si trova in una sorta di Terra di Mezzo e, dopo essersi perso nella Londra dei gentiluomini, si ritrova nella semplicità di una piccola dimora. Vi consiglio caldamente quest’opera. Buona lettura.

P.s. l'opera è stata letta per il gdl #universoDickens.



lunedì 12 aprile 2021

Circe

 “Circe, dice, andrà tutto bene.

Non sono parole di un oracolo né di un profeta. Sono parole che potresti dire a un bambino. L’ho sentito che le diceva alle nostre figlie, nel cullarle per farle riaddormentare dopo un incubo, nel medicare le loro piccole ferite, nel placare qualsiasi loro tormento. Sotto le dita, la sua pelle mi è familiare quanto la mia. Ascolto il suo respiro, tiepido sull’aria notturna, e in qualche modo mi conforta. Lui non intende dire che non fa male. Non intende dire che non siamo spaventati. Solo questo: che siamo qui. E questo che vuol dire nuotare nella corrente, camminare sulla terra e sentirne il tocco sotto i piedi. È questo che significa essere vivi.”

Circe, Madeline Miller

 

Edito Marsilio - Feltrinelli

Costo 12

 

In queste pagine Circe compie un processo di crescita immenso, da primogenita inesperta e priva di una guida che le insegni come comportarsi tra le divinità e gli uomini, si trasforma lentamente in una persona indipendente, autosufficiente ed esperta. In questo volume si percepisce appieno il concetto di lavoro proposto da Marx ed Engels ne L’ideologia tedesca del 1845: solo attraverso il lavoro - libero e creativo – l’uomo prende coscienza di sé e delle sue capacità (“Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto quello che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza... Producendo questi gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale”). Circe diventa umana – e anche divina, magica - e consapevole del proprio corpo, della propria mente e dei propri bisogni, solamente nel momento in cui incomincia a produrre e lavorare con le proprie mani. Il solo osservare e studiare le erbe, che arricchiscono il paesaggio di Eea, rende Circe libera e capace di prendere in mano la propria esistenza, anche se confinata sull’isola. Perciò, da questo punto di vista, Circe è un’opera estremamente formativa. È interessante osservare anche le dinamiche che la coinvolgono come primogenita: il primogenito è colui che – appunto - per primo cerca di approcciarsi alle figure genitoriali e di capire come comportarsi in loro presenza; gli altri figli sono avvantaggiati da questo punto di vista perché imparano dal figlio maggiore cosa fare, come reagire e cosa evitare. Circe ha inconsapevolmente su di sé un compito estremamente gravoso, ovvero il doversi approcciare ingenuamente a due figure narcisiste e, per certi versi, spietate. Questo spiega la confusione e la difficoltà dei primi decenni della sua esistenza. 

Insomma, Circe cresce, anche se lentamente e non abbandonando mai il suo carattere ingenuo, e scopre un mondo prima impensabile: trova rifugio tra gli animali e gli uomini, impara a difendersi e, al contrario di Medea, a dominare emozioni titaniche. È stato proprio il confronto Circe-Medea a farmi, in parte, apprezzare un’opera che avrei trovato altrimenti spenta e approssimativa. Non sono, infatti, riuscita a rimanere - nel complesso - soddisfatta della narrazione e della struttura del racconto. Ho trovato dei personaggi interessanti ma raccontati con avventatezza, superficialità e banalità. Non voglio sembrare una sbruffona, ma la verità è che ho provato più volte il desiderio di cancellare alcune pagine e riscriverle dall’inizio. Non è un libro che mi ha lasciato emotivamente molto, purtroppo. In ogni caso, risulta una lettura interessante se volete approfondire i rapporti tra le varie divinità greche. Buona lettura.



lunedì 29 marzo 2021

Brevemente risplendiamo sulla terra

 “È in questi momenti con te accanto che invidio le parole per essere capaci di fare quello che noi non sappiamo mai fare, sono capaci di dire tutto di sé rimanendosene ferme e basta, essendo e basta. Immagina se potessi sdraiarmi vicino a te e tutto il mio corpo, ogni sua cellula irradiasse un significato preciso chiaro e univoco, non tanto uno scrittore quanto una parola premuta verso il basso, accanto a te, che volta la pagina con tutta la mia breve e completa esistenza. C’è una parola di cui una volta mi ha parlato Trevor, una che aveva imparato da Buford che era stato nella marina militare delle Hawaii durante la Guerra di Corea: kipuka. Il pezzo di terra che viene risparmiato da una colata lavica lungo i fianchi di una collina, un’isola formata da ciò che sopravvive alla più piccola delle apocalissi. Prima che la lava scendesse, facendo scoppiare di calore e bruciando vivo il muschio lungo la collina, quella porzione di terra era insignificante, solo un altro ritaglio in una massa infinita di verde. Solo con la sua resistenza si guadagna un nome. Sdraiato su quel materassino con te, non posso fare a meno di desiderare di essere i nostri kipuka, la nostra conseguenza visibile. Ma sono più consapevole di così.”

Brevemente risplendiamo sulla terra, Ocean Vuong

 

Edito La nave di Teseo

Costo 18

 

Ho impiegato tanto tempo per scrivere di questo libro e ora, finalmente decisa nella mia impresa, sono nuovamente persa tra dolore, amore, odio e lo spazio che intercorre tra questi sentimenti. Mai come tra queste pagine ho colto la potenza delle parole, del camminare in punta di piedi tra i resti della propria esistenza e del guardarsi allo specchio per cercare di accettarsi in ogni senso, anche se “La verità è che nessuno di noi è un abbastanza che basta”, soprattutto a noi stessi. Ho dovuto lottare per accogliere il pieno significato di quest’opera, perché in certi momenti è stato quasi troppo e sì, “Non è giusto che la parola sacro sia intrappolata nella parola massacro”, però è così: cos’altro possiamo fare se non prenderne coscienza e affrontare ciò che ci circonda di petto?

Lan, com’è stato essere donne, e poi madri, durante la Guerra del Vietnam? “Ho fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi madre, ho trovato un modo per procurarci da mangiare. Chi è che può giudicarmi, eh? Chi?

Ma’, com’è stato abbandonare tutto per scappare, per non dover più sentire le esplosioni di Napalm e non dover temere lo stupro? Com’è stato scoprire, anche se lontani miglia dal proprio luogo d’origine, di dover comunque convivere con i propri ricordi e con la paura del Napalm?

“ “Dove mi trovo?” […] Non sapendo cos’altro dire, dico il tuo nome. “Rose,” dico. Rosa. Il fiore, il colore, la sfumatura. “Hong,” ripeto. Un fiore si vede solo verso la fine del suo ciclo, quando è appena sbocciato e già sul punto di diventare carta velina marrone. […] Quante volte definiamo qualcosa in base alla sua forma più fragile? […] Solo quando pronuncio questa parola mi rendo conto che Rose è anche il passato di rise. Che chiamando il tuo nome ti sto anche dicendo di innalzarti. […] Dove sono? Dove sono? Sei Rose, Ma’. Ti sei innalzata.”

Invece, chiedo a te, Little Dog, com’è stato amare nonostante ciò che il disturbo post-traumatico da stress comporta? Com’è stato reggere sulle proprie esili spalle il ponte che collega passato e futuro? Com’è stato trovare disperazione anche nel Mondo Nuovo e nei suoi abitanti? Com’è stato vedere distrutti i propri cari prima dal Napalm e poi dall’OxyContin? Dimmelo tu, dimmelo ancora perché in te vedo il dolore che si prova nell’essere vivi ma anche il bisogno di cercare di amare e abbracciare chi ci circonda. Vivendo si impara, leggendo te, Little Dog, si impara ad empatizzare, ad osservare l’altro e provare il bisogno di abbracciarlo. Un enorme grazie a Ocean Voung e a Claudia Durastanti con la sua traduzione impeccabile. Buona lettura.



mercoledì 24 marzo 2021

La morte di Ivan Il’ič

 “D’un tratto, una qualche forza sconosciuta l’aveva colpito nel petto, nel fianco, gli aveva fatto mancare il respiro ancora di più, l’aveva fatto sprofondare nel buco e là, alla fine del buco, qualcosa aveva brillato. Gli era successo quel che succede quando si viaggia nel vagone di un treno, quando si pensa di andare avanti e invece si va indietro, e d’un tratto ti accorgi della direzione del viaggio. “Sì, è stato tutto sbagliato,” si era detto, “ma non fa niente. Si può, si può fare qualcosa di giusto! Ma cosa?””

La morte di Ivan Il’ič, Lev Tolstoj

 

Edito Feltrinelli

Costo 8€

 

Cosa fa più paura: ritrovarsi ad assaporare le ultime gocce della propria concentrata esistenza, realizzando di non aver colto il senso della vita, o non avere nessuno accanto che ci sposti le tende dalla finestra e ci consenta di osservare l’ultimo tramonto, l’ultimo volo instancabile di un moscerino indaffarato – al cui confronto siamo quasi immortali – e l’ultima foglia caduta dal nostro albero del cuore?

Ma alla fine, qual è davvero il senso della vita? Come possiamo affermare di aver sbagliato nel viverla? Soprattutto negli ultimi istanti, non dovremmo perdonare noi stessi e accettare i nostri errori, la nostra cecità e la nostra confusione? Come potevamo prevedere ciò che ora ritroviamo ai piedi del nostro letto? Perdono, sia per ciò che abbiamo stretto fin troppo che per ciò che abbiamo dimenticato. Così, ho apprezzato Ivan Il’ič soprattutto nella seconda metà dell’opera, quando capisce di essere tornato bambino, di quanto amore e attenzioni abbia bisogno un essere umano e di quanto la psiche governi il nostro corpo: “Il dolore non diminuiva; ma Ivan Il’ič faceva degli sforzi su se stesso per costringersi a pensare di star meglio. E riusciva, perfino, a ingannare se stesso, se non c’era niente che lo turbava.”. Ivan Il’ič – in queste pagine - scopre di essere fragile, di non avere più le forze di proteggersi dagli assalti esterni, eppure ritrova conforto e sostegno nella figura di Gerasim e, forse, questo alla fine lo salva e gli consente di lasciare questo mondo in pace.

Mi auguro vi faccia riflettere. Ringrazio @lettura.nostalgica per il GdL da lui creato. Buona lettura.




martedì 23 marzo 2021

Il serpente

 “Pensa com’è quando fa giorno dopo una breve notte d’estate. Qualcuno immerge la scopa nell’acido cloridrico e spazza via le stelle dalla volta del cielo, lucida e tesa come un elmetto. Qualcuno lancia nello spazio piccole gocce di inchiostro rosso, che si spargono come se lassù si imbattessero in un foglio di carta assorbente. E viene la luce, ed è come se la notte si liberasse di uno strato di ragnatele: ragnatele spesse e nere che è facile afferrare, mentre quelle grigie e sottili sono ancora ostinatamente sospese sopra la terra, ed è per questo che chi cammina nel bosco, da nord a sud, crede che sia ancora notte finché non vede luccicare l’erica davanti a sé. Accade così all’improvviso, così in fretta che forse, sulle prime, pensa che sia lo svolazzare di una farfalla dalle ali gialle, lì nella radura, e magari si mette a correre nell’erica bagnata per catturarla. Poi però si accorge dell’errore e, quando si volta, il cielo dietro di lui, dal limitare del bosco fin su in alto per chilometri e chilometri, arde di un rosso così intenso da far temere che possa crollare per il calore. E invece fa freddo, è l’ora più fredda del giorno e anche il momento più limpido, quando le ultime ragnatele della notte vengono spazzate via dalle scope d’acciaio del mattino.”

Il serpente, Stig Dagerman

 

Edito Iperborea

Costo 18

 

Il serpente attraversa lentamente queste 297 pagine, esponendo le sue squame alla luce calda, rovente e asfissiante del sole che si abbatte su un campo d’addestramento militare in Svezia. La sua visione lascia un segno indelebile sugli animi dei presenti, portandoli ad abbandonare gran parte dei costrutti sociali più disparati e ad accogliere l’istinto, la pancia e l’emotività: “[…] lei si sentì messa a nudo di fronte a se stessa, […], lasciò che tutte le sensazioni che la sopraffacevano si prendessero cura di lei e la guidassero a quella sottilissima linea di confine dove i prati della ragione e del pensiero si mutavano nella palude dei sentimenti, e oltrepassando quel confine provò un piccolo, folle senso di trionfo e pensò: «Me ne infischio.»”. Come posso descrivere, senza incorrere in errore, il senso di abbandono con cui questi personaggi provano a sconfiggere il senso di alienazione e mancanza che la vita li ha costretti ad ingoiare? Come posso descrivere, senza incorrere in errore, la strana ma piacevole architettura dell’opera? Come spiegare, soprattutto da ciò che emerge nel primo racconto, l’umanità smascherata nella sua bestialità e nella sua costante lotta tra ragione ed istinto? Qui c’è tutto e molto di più: c’è la paura di un essere strisciante (ma sarà davvero il serpente?), il senso di liberazione che si prova allontanando chi ci disprezza, il sentirsi inadeguati, il sentirsi delle macchine e nient’altro e, soprattutto, il terrore di doversi guardare allo specchio senza salvagente o altro aiuto.

In quest’opera Dagerman ci costringe a chiederci quanto sarebbe semplice essere delle macchine, convincendoci, però, ad amare la nostra essenza umana: a quanti mancherebbe osservare il cielo e ritrovare in esso i nostri più intimi pensieri?

Buona lettura.



Isabella Nagg e il vaso di basilico

“Il doppio si manifesta senza preavviso e senza cerimonie e il suo arrivo significa che la morte è vicina. È a tutti gli effetti una copia i...